Ciro Cristiano, da Napoli a Madrid: il patron di Baldoria racconta la sua rivoluzione italiana oltreconfine
- Carla Botta
- Luglio 24, 2026
- Interviste
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Ultimo di sei figli cresciuto nella periferia napoletana, l’artigiano del food ha trasformato anni di lavoro, identità e passione in un nuovo modello di ristorazione
C’è un filo rosso che unisce Napoli, Parigi e Madrid nella storia di Ciro Cristiano: il valore della comunità, il lavoro iniziato da giovanissimo e la capacità di trasformare un’idea in un progetto concreto. Nato e cresciuto a San Giovanni a Teduccio, ultimo di sei figli in una famiglia popolare napoletana, Cristiano ha costruito il suo percorso partendo dal bar del padre fino ad arrivare alla guida di uno dei ristoranti italiani più apprezzati della capitale spagnola, Baldoria. Dopo gli anni nel gruppo francese Big Mamma, ha scelto di mettersi in gioco con un progetto personale, puntando su un’Italia colorata, vera e contemporanea. Oggi, oltre a Baldoria e al progetto Beata Pasta, guarda al futuro con l’idea di creare un incubatore di talenti nel mondo della ristorazione.

Ciro, partiamo dalle origini. Quanto ha influito Napoli e il quartiere dove è cresciuto sulla persona e sul professionista che è diventato?
“Sono nato e cresciuto a Napoli, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, e sono l’ultimo di sei figli. Mio padre ha sempre desiderato una famiglia numerosa, quella che un tempo rappresentava la normalità in molte realtà del Sud. Provengo da un contesto popolare, da una periferia che, nonostante le difficoltà, era caratterizzata da un forte senso di comunità. I miei primi diciotto anni di vita hanno avuto un impatto determinante sulla persona e sul professionista che sono diventato. Sono cresciuto tra il Rione Forzato e il Casale, un luogo in cui i rapporti umani erano il vero punto di riferimento e dove il valore delle relazioni si costruiva ogni giorno. Credo che proprio quella dimensione comunitaria continui ancora oggi a guidare il mio modo di lavorare e di rapportarmi agli altri”.
Quando torna nel suo quartiere, cosa prova?
“Ogni volta che torno a Napoli e percorro le strade del mio quartiere, incontro persone che mi fermano per salutarmi e che mi dicono di essere orgogliose del mio percorso. È una soddisfazione che mi emoziona, ma non mi sono mai sentito una persona arrivata da sola. Prima di tutto resto il figlio di Giuseppina Ricciardi e Pasquale Cristiano, il figlio di una famiglia che vive lì da sempre. Quel senso di appartenenza alle mie radici non è mai venuto meno e continua a essere una parte fondamentale della mia identità”.
La sua storia rappresenta anche un esempio per tanti ragazzi che arrivano dalla periferia. Si sente un simbolo per la sua comunità?
“È una cosa che mi emoziona molto. In certi quartieri spesso si raccontano solo difficoltà e problemi, invece ci sono anche storie positive. Quando torno a casa sento questo affetto: le persone vedono il mio percorso come qualcosa che appartiene anche a loro. Non sono solo Ciro Cristiano, sono una persona che viene da quel quartiere e che è riuscita a costruire qualcosa. In qualche modo è come se una parte della comunità avesse raggiunto quel risultato insieme a me”.
Ha vissuto molti anni all’estero, ma il suo accento napoletano è rimasto. Quanto è importante mantenere le proprie radici?
“È una cosa a cui tengo molto. Vivo fuori Napoli da diciannove anni, parlo tre lingue e il francese è praticamente una lingua madre per me, perché dai diciotto ai trent’anni ho vissuto la mia crescita professionale in Francia. Avrei potuto cambiare completamente identità, anche linguistica, ma l’accento napoletano è rimasto. È parte di quello che sono. Le mie origini non sono un limite, sono una forza”.
Quando ha capito che voleva costruire qualcosa di suo?
“Ho iniziato molto presto. A dodici anni lavoravo già nel bar di mio padre. Da quel momento non ho mai veramente smesso: c’erano la scuola e il lavoro. A diciotto anni ho iniziato il mio percorso professionale più strutturato. Ho lavorato in diversi contesti, fino ad arrivare in Francia, dove ho avuto l’opportunità di crescere molto. Poi è arrivato il momento in cui ho sentito il bisogno di creare qualcosa di mio. Quando costruisci un progetto non basta avere un’idea: servono persone, fornitori, collaboratori, comunicazione, una squadra. Non è mai il lavoro di una sola persona”.
Prima di Baldoria ha vissuto una lunga esperienza con Big Mamma. Cosa ha lasciato quel percorso?
“È stata una scuola incredibile. Ho lavorato otto anni con loro, contribuendo alla crescita del gruppo. Ho imparato tantissimo: dalla gestione delle persone alla costruzione di un’identità, fino alla capacità di creare un’esperienza per il cliente. Quando ho deciso di lasciare, avevo una posizione molto stabile e potevo continuare quel percorso, ma dentro di me sentivo che era arrivato il momento di rischiare”.
Perché ha scelto Madrid per il primo grande progetto personale?
“Madrid aveva qualcosa che altre città non avevano. Mi piaceva molto anche Parigi, ma Madrid aveva un’energia diversa e soprattutto una clientela pronta ad accogliere un nuovo concetto di cucina italiana. Quando ho pensato a Baldoria ho immaginato un ristorante italiano contemporaneo, con una forte identità, e ho capito che Madrid era il posto giusto. Nel 2022 ho lasciato Big Mamma e otto mesi dopo abbiamo aperto Baldoria”.

Baldoria è un locale molto particolare anche dal punto di vista estetico. Da dove nasce l’ispirazione?
“Per me il luogo era fondamentale. Ho cercato per mesi il locale giusto. Avevo bisogno di uno spazio con luce naturale, con tutto su un unico piano, dove tutti potessero vedere la cucina, la musica, quello che succedeva. Quando sono entrato qui per la prima volta era praticamente un garage. Non c’era niente, ma io ho visto Baldoria. L’ispirazione principale nasce da un ricordo di Procida, da un momento vissuto nella piazza centrale dell’isola. Ho voluto ricreare quella sensazione: i colori, le case, la terrazza, la festa del paese. Non volevo semplicemente fare un locale bello, volevo fare un luogo unico”.
Anche l’arredamento racconta una storia molto italiana e molto napoletana…
“Esatto. Ogni elemento è stato pensato per noi: le lampade, le sedie, i tavoli. Nulla è stato semplicemente acquistato. All’inizio il locale era elegante, colorato, con una cucina aperta che per noi era fondamentale. Volevamo mostrare al cliente che produciamo tutto internamente, perché è anche una questione di orgoglio. Poi mancava qualcosa: mancava la mia parte più popolare. L’abbiamo trovata attraverso le fotografie di Napoli e Procida che abbiamo inserito nel locale. Quelle immagini hanno cambiato tutto, perché hanno aggiunto un’anima”.

Il nome Baldoria richiama la festa, ma il vostro concetto sembra diverso.
“Sì, spesso quando si sente la parola Baldoria si pensa alla festa sfrenata, alla musica alta, allo champagne. Noi non siamo quello. La nostra Baldoria è uno stato d’animo. È il piacere di stare bene, di mangiare, ascoltare musica, vivere un momento speciale. Mi piace dire che siamo una specie di “antidepressivo della domenica sera”: vieni qui, stacchi dalla quotidianità, vivi un’esperienza positiva. Il nostro obiettivo era creare un posto dove le persone venissero per vivere il momento, non solo per raccontare il giorno dopo sui social di esserci state”.
Dopo il successo di Baldoria ha scelto di non aprire subito altri ristoranti. Perché?
“Perché spesso quando arriva il successo tutti vanno nella stessa direzione. Io invece ho sempre avuto il desiderio di guardare dall’altra parte. Avrei potuto aprire altri Baldoria, perché c’erano tante richieste, ma ho visto che tutti stavano guardando il mondo della pizza e ho pensato: perché non fare qualcosa sulla pasta? Così è nato Beata Pasta”.

Che cos’è Beata Pasta?
“È un concetto molto semplice: una sorta di “pizzeria della pasta fresca”. Produciamo la pasta davanti al cliente, proprio come una pizzeria mostra il forno. Abbiamo un laboratorio visibile dalla strada, tecnologia, servizio italiano e un prezzo accessibile. L’idea è creare un’esperienza bella, ma non solo esteticamente. Bella perché è buona, perché è italiana, perché è accessibile. In due anni abbiamo aperto nove punti vendita a Madrid”.
Baldoria resterà un’esperienza unica o immagina una crescita del format?
“Oggi penso ancora che Baldoria debba rimanere qualcosa di speciale. Non avrebbe senso aprirne uno a due chilometri di distanza. Se nasceranno altri Baldoria, probabilmente saranno in altre città: magari Barcellona, Malaga, Valencia. Però parliamo di pochi locali, tre o quattro al massimo. Prima di tutto voglio concentrarmi sull’esperienza originale”.
Ha già un nuovo progetto in mente per il futuro?
“Sì. Quello che so fare meglio è fare il direttore d’orchestra. La mia vera forza è lavorare con le persone, aiutare i talenti a crescere. Ogni persona ha una capacità specifica: qualcuno sa fare impasti straordinari, qualcuno sa cucinare, qualcuno sa creare un prodotto. Io sono bravo a mettere insieme tutte queste competenze. Per questo mi piacerebbe creare un incubatore di startup nel mondo food & beverage. Non un incubatore basato solo sugli investimenti economici, ma sul talento. Aiutare ragazzi e ragazze che hanno una grande capacità, ma magari non conoscono tutti gli strumenti per costruire un’azienda. È qualcosa che ho già iniziato a fare spontaneamente con alcune persone, e ho visto che funziona”.
Qual è la lezione più importante che ha imparato nel suo percorso?
“Che il successo non nasce dall’oggi al domani. Da fuori si vede Baldoria, si vedono i risultati, ma dietro ci sono anni di lavoro. Io ho iniziato a dodici anni nel bar di mio padre. Ho passato tutta la vita dentro questo mondo. La fortuna può aiutare, ma senza preparazione non basta. Il talento è importante, ma va costruito, organizzato e fatto crescere”.


